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Accade raramente di trovare un musicista capace di mettere d’accordo pubblico, critica e addetti ai lavori quasi senza riserva. Gianluca Petrella ci riesce. Le ragioni? Le più disparate, ma senza inutili giri di parole si potrebbe azzardare che il trombonista di Bari è uno dei personaggi più geniali, visionari, talentuosi che l’Italia abbia avuto il privilegio di veder crescere nelle proprie fila negli ultimi anni. Da subito se ne accorsero Rava e Gatto, così come l’Onj allora diretta da Damiani, e a ruota una cascata di riconoscimenti e un mare di successi. Lungo l’elenco di quelli conferitigli dalla critica nostrana attraverso il premio della critica indetto dalla nostra rivista, notevole e meritata l’incoronazione a rising star nella categoria tromboni che la rivista americana Down Beat gli ha riservato.
È un curioso Petrella, un animale musicale onnivoro che ha ascoltato tanto, suonato nelle situazioni più disparate - dalla banda a progetti firmati dall’etichetta Ninja Tune - tanto per capire l’ampiezza delle esperienze. “Slaves”, l’ultimo disco pubblicato dall’etichetta fondata dallo stesso Petrella, è uno scrigno che racchiude molti dei linguaggi con il quale Petrella è entrato in contatto: ripesca a sorpresa due gioielli di Skip James e Joe Williams che ripercorrono le vie del blues rurale, reinventandole attraverso visioni psicadeliche ed elettroniche per raccontare, insieme a brani originali, tutte le schiavitù che ci attanagliano.
Nel disco anche un altro astro dello strumento, Mauro Ottolini, che con Petrella dialoga che è un piacere e con grande intelligenza si presta al progetto visionario e utopico del band leader, arrischiandosi in territori apparentemente distanti dalla propria estetica e dal proprio linguaggio. E poi Gabrio Baldacci e Cristiano Calcagnile, due certezze, rocciosi e ispirati, unici e mai scontati nel dialogo a quattro con la lucida follia di Gianluca Petrella.

Andrea Scaccia
Gennaio 2011

Recensione tratta da musicajazz.it.

Gianluca Petrella rompe le catene. E affranca il jazz dalle schiavitù dei nostri giorni.
Il musicista barese che ha modernizzato il trombone facendo gridare al miracolo i critici di Down Beat, torna sul mercato con Slaves, «Schiavi », disco appena uscito per l’etichetta da lui stesso fondata, la Spacebone Records, distribuita dalla Egea. Petrella proietta il jazz verso orizzonti affascinanti. E lo fa piegando la tradizione e il blues a sonorità groove, rock e psichedeliche, portatrici di un profondo senso di libertà. Sentimento al quale il pupillo di Enrico Rava inneggia anche nel nome del progetto con cui firma il lavoro, il quartetto TuboLibre, del quale fanno parte Mauro Ottolini (susafono, tromba basso e trombone), Gabrio Baldacci (chitarra elettrica e balalaika) e Cristiano Calcagnile (batteria e percussioni). «La denominazione della band allude anche alla duttilità di un oggetto che è un ottimo riproduttore di suoni. Del resto - dice Petrella - il trombone, come la tromba, è un tubo con le curve».

La band nasce con l’idea di utilizzare strumenti a fiato, ma in "Slaves" accoglie altre possibilità espressive. Perché?
«Eravamo partiti con un’idea più solare. Ma amo complicarmi la vita. Ed ecco qua un disco con suoni abbastanza cupi e ritmi lenti. Volevo toccare la profondità della musica, non far diventare il disco una palestra per le acrobazie dei musicisti».

Riprendere la tradizione del jazz significa anche rispolverare i ricordi legati all’apprendistato con suo padre Muzio, trombonista anche lui?
«In Slaves c’è scritto da dove provengo, c’è tutto quello che mio padre mi ha inculcato. A partire dal buon gusto. Ci teneva tantissimo anche quando suonavamo canzoni italiane ai matrimoni. L’obiettivo è attingere dal passato per risputarlo in modo diverso. E in questo disco ci sono la mia storia e quello che mi circonda in questo momento. Vivo a Torino, una città piena di rumori, e Slaves è sicuramente un disco metropolitano».

Un disco dagli scenari allucinati. Come mai?
«Mi piace suscitare emozioni con l’inquietudine. Tempo fa, dopo un concerto con la Cosmic (la big band, un altro progetto di Petrella, ndr) uno spettatore mi disse di non sopportare queste atmosfere, che invece ritengo distintive rispetto alla maggior parte del jazz in circolazione. Ormai nei negozi di dischi trovi in grande evidenza solo cantanti ben vestite».

Nient’altro?
«I dischi della scena underground devi andarteli a cercare. Alla gente sbattono in faccia il trombettista fighetto, la star supersexy e via discorrendo. Nessuno più si fila gli scomparti con i dischi di Eric Dolphy e Ornette Coleman. Ma allo stesso tempo non dobbiamo pensare che il jazz sia morto con loro, anche se sono in tanti a pensarla così, i puristi prima di tutti».

Questo disco dice chiaramente che senza il blues il jazz non esiste.
«Beh, il blues sta in cima all’albero genealogico. Ed è chiaro che se ascolti i musicisti del Nord Europa ne sentirai un po’ di meno. Ma non credo sia questo il punto».

E qual è?
«Che ci sono troppi dischi in giro, la maggior parte dei quali inutili».

E quelli utili che ha ascoltato e l’hanno fatta arrivare qui?
«Sin dall’inizio non ho guardato solo ai grandi del trombone, J. J. Johnson, Curtis Fuller, Jack Teagarden. Ho cercato di imparare soprattutto dai trombettisti più energici, Miles Davis, Freddie Hubbard, Bill Dixon. Poi ho scoperto Leo Smith e i trombettisti dal suono tipicamente nordeuropeo, Markus Stockhausen e Jon Hassell. Ma il disco più bello e importante per me rimane Il giro del giorno in 80 mondi di Enrico Rava, con Roswell Rudd al trombone. Credo mi abbia aiutato a diventare quello che sono».

Francesco Mazzotta

Articolo de Il Corriere del Mezzogiorno
Recensione tratta dal sito musicaedischi.it.
The Mellophonium Online

BLACK
Eppur si muove. Da diversi anni molti fermenti stanno animando la scena del jazz italiano, producendo una feconda circolazione di idee ed esperienze. Ad attivare questo processo stanno contribuendo non pochi musicisti appartenenti alla generazione dei trentenni, nonché alcuni altri addirittura al di sotto della trentina. La Cosmic Band di Gianluca Petrella (classe 1975) rappresenta un esempio paradigmatico di questa fioritura di talenti, oltreché di un apprezzabile tentativo di sprovincializzare il jazz italiano attraverso scambi sempre più fitti tra elementi di gruppi e circuiti diversi. Se ne può avere la palese dimostrazione esaminando la formazione della Cosmic Band. Beppe Scardino, Gabrio Baldacci e Simone Padovani sono membri stabili del Dinamitri Jazz Folklore di Dimitri Grechi Espinoza, nucleo del collettivo livornese Axé. Scardino è anche responsabile del sestetto Orange Room, documentato da El Gallo Rojo, in cui figurano Francesco Bigoni e Federico Scettri. Il tenorista è poi coinvolto in vari progetti targati El Gallo Rojo, tra cui Houdini’s Cage e Libero Motu, così come Alfonso Santimone, mente dello Standhard 3io. Mirko Rubegni è una delle voci più promettenti di un’autentica rivelazione quale la Unknown Rebel Band di Giovanni Guidi. Proprio con quest’ultimo, dopo la comune militanza nella New Generation di Enrico Rava, Francesco Ponticelli ha stabilito un forte sodalizio, documentato dal quartetto del pianista e dal trio di Fabrizio Sferra. Dunque, una vera e propria ramificazione di risorse prodotte da musicisti desiderosi di esprimersi e disposti anche a rischiare. Caratteristiche, queste, che si avvertono per buoni tratti di questa incisione, rivelandosi di grande stimolo e beneficio per lo stesso Petrella. Infatti, qui il trombonista barese valorizza il suo ruolo di coordinatore sonoro, molto più e molto meglio che con il proprio quartetto o con il Bread & Tomato Trio. L’impiego sobrio e funzionale dell’elettronica (per il quale risulta fondamentale l’apporto di Santimone) azzera il rischio di trovate effettistiche. Dosando con acume le proprie formidabili doti tecniche ed inventive, Petrella conduce alcuni palpitanti collettivi che traducono adeguatamente in questo contesto lo spirito libertario e rituale dell’Arkestra di Sun Ra, al di là della ripresa di alcune sue composizioni. L’attenzione alla contemporaneità e la predilezione per sonorità dure, urbane, costituiscono altri tratti distintivi. Lo testimoniano appieno il brano conclusivo e gli sferzanti dialoghi imbastiti da Bigoni, Baldacci e Scettri su una ritmica quasi drum’n’bass in Three Undisciplined Satellites. Meritevole di nota la maturazione di Bigoni (1982), tenorista che, prendendo le mosse da Archie Shepp e Dewey Redman, ha sviluppato un fraseggio timbricamente e strutturalmente disinibito, quasi spericolato. Altrettanto può dirsi per Scardino (1980), qui ideale continuatore dei baritonisti di Sun Ra (come Pat Patrick e Danny Ray Thompson), ma anche degno erede di Hamiet Bluiett per piglio ritmico e visceralità d’espressione._En.Bo.

WHITE
Un album dalle tante atmosfere ma con l’unico obiettivo, perfettamente centrato, di riprendere lo spirito di Sun Ra e della sua Arkestra: ne scaturisce un jazz moderno, che va oltre il convenzionale — come già nell’opera del pianista e conduttore afro-americano — pescando sia nella tradizione delle formazioni acustiche che nei più moderni stagni del rock e dello hip-hop. Intrecci di voci, campionamenti ed echi sono la parte più contemporanea, mentre le venature rock corrono lungo le corde dell’elettrica di Baldacci e le pestanti batterie di Scettri, lasciando infine i fiati a cucire il tutto in una sinergia squisitamente jazzistica. Il tentetto infatti non è soltanto frutto di un capriccioso vezzo aggregativo, ma risponde ad una precisa finalità, dove ogni strumento viene ad avere una sua funzione, seppure ogni volta diversa, puntualmente coordinata dal jazzista barese. Apertura affidata all’inneggiante Space Is the Place, dal disco omonimo che avrebbe dovuto racchiudere la colonna sonora di un film allegorico della lotta fra bene e male, bianco e nero, diretto da John Coney e mai uscito: nella versione “petrelliana” sono i fiati a far propria la melodia cantata nell’originale da June Tyson. Anche Speaking: “Space Is the Place” riproduce parte del recitato di Ray Johnson previsto sulla pellicola, mentre Saturn proviene invece dall’LP “Visit the Planet Earth”, del periodo di Chicago, uno dei più interessanti e intensi di Sun Ra, ed anche in questo caso l’esecuzione della Cosmic Band è all’altezza, con il lineare piano di Guidi e Petrella in uno dei suoi fraseggi coerenti e pastosi. In Bassism, da “Futuristic Sounds of Sun Ra”, l’andamento viene “modernizzato” ricorrendo ad un funky pronunciato (più che nell’originale), su cui si distinguono bassista e clarinettista. We Travel the Spaceways, ancora da “Space Is the Place”, ha un mood aggressivo non tanto per la presenza della chitarra o dei “cosmici” effetti elettronici quanto piuttosto per l’insistente pedale del piano acustico e le policromiche percussioni. Delle composizioni firmate da Petrella, invece, colpisce innanzitutto la consonanza con i riferimenti sun-raiani, in termini di suoni, colori e loro combinazioni. Fra esse, la malinconica Flexible, con Scardino a segnare il tempo a colpi d’ancia e gli altri strumenti, trombone in testa, a tessere un puntiforme ordito di grande presa. Più ermetica e dunque rispondente al messaggio filosofico del musicista afroamericano è A Little Beat Waltz, mentre sembra ironica — ma non lo è, a ben riflettere sull’“astrale” titolo — la presenza di The Second Star to the Right, swingante ballad rapinata alla colonna sonora del disneyiano “Peter Pan”, in cui, dopo il suadente tenore, il trombonista pugliese si prodiga in sordine e wha-wha, insieme alla tromba di Rubegni, sopra gli svolazzi di un piano da night che sul finale rimane anch’esso succube di improbabili effetti. Da qui la transizione all’eponima Coming Tomorrow, molto solare, dove, quasi in stile jungle, uno stuolo di ritmi marca gli spazi su cui all’unisono trombone e sax imprimono la linea melodica._An.Te.

Recensione tratta da Jazz Colours, e-mail-zine di musica jazz.
Recensione tratta dal sito Catfish Records.
Il nume tutelare della Cosmic Band è come noto una delle figure più bizzarre del firmamento (termine nello suo caso quanto mai calzante) jazzistico, Sun Ra, di cui questo che è il secondo album dell’ensemble guidato da Gianluca Petrella include ben quattro brani. Come la celebre Arkestra del leggendario bandleader afroamericano, la Cosmic esprime ogni sua potenzialità nella dimensione live (ne scrivevamo in uno degli ultimi “Arcipelago Jazz” in margine all’esibizione a Bolzano 2009). Su disco si perde quanto meno la componente visivo-gestuale, basilare per cogliere in toto l’estetica del gruppo, ma ciò non significa che questo Coming Tomorrow non sia disco di tutto rispetto, sempre altalenante fra momenti (brani, ma anche segmenti degli stessi) più rigogliosi e altri quasi assorti, astratti, veementi collettivi e divagazioni per piccoli nuclei strumentali.

Un episodio in tal senso emblematico è l’ampio Saturn (appunto di Sun Ra), visto che quanto detto vi si coglie con assoluta evidenza: la marcata cifra percussiva (eredità quanto mai diretta dal modello di cui sopra), le sonorità “grasse” (nello specifico il trombone plunger di Petrella), poi un trio piano/basso/batteria, quindi un’apertura funkeggiante, e via dicendo. Gli altri vertici del cd, oltre all’iniziale – e in qualche modo iniziatico, programmatico e paradigmatico – Space in the Place, icona assoluta dell’Arkestra, appaiono We Travel the Spaceways, sempre di Sun Ra, paradigmatico del terreno comune (energia e ritualismo, anzitutto, con qualche solennità in più nell’originale, maggior disincanto nella Cosmic) fra le due formazioni, e il conclusivo Coming Tomorrow, sempre con Petrella sugli scudi (anche come autore, qui). Un disco, in sostanza, che non vi annoierà di certo.
Recensione di Alberto Bazzurro tratta dal sito
L'isola che non c'èra
Recensione di Stefano Zenni dal numero di novembre 2009 de Il Giornale della Musica, mensile di cultura e informazione musicale.
Approda finalmente su disco il progetto che Gianluca ed i suoi patners da qualche anno portavano nei festivals, e fin dal primo ascolto vi si ritrovano lo stesso feeling, la carica e l'entusiasmo che ogni concerto del gruppo sa riversare sul pubblico. Nato come omaggio alla musica di Sun Ra, del quale sono presenti 4 brani, il gruppo è via via cresciuto affrancandosi immediatamente dal modello originale per approdare su strade più originali e personali. Della mitica Arkestra è rimasto lo spirito, i momenti più furibondi e aperti di scambio, ed il profondo rispetto per le composizioni di Sun Ra che hanno segnato un epoca e più generazioni. L'orchestra assemblata da Petrella si muove però su coordinate più contemporanee, dove l'uso dell'elettronica ben si amalgama ad un disinibito rapporto con il ritmo e con le influenze più disparate. Accanto al leader, cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni anche come compositore, arrangiatore e organizzatore di materiali sonori, spiccano le forti personalità di Francesco Bigoni al sax tenore e Beppe Scardino al baritono, ma è tutto l'ensemble che si muove con perfetta sincronicità ed esplosiva dinamicità ed entusiasmo. L'album non fa rimpiangere il concerto live, alternando sapientemente costruzioni più astratte (Flexible, Three undisciplined satellites, Saturn) a brani dal forte impatto ritmico (Space is the place, Bassism, A little beat waltz) , momenti di liberatorio ed evocativo canto (We travel  the spaceways ) fino al purissimo jazz  di The second star to the right con un sassofono tenore che sparge aromi e ricami in perfetta matrice websteriana.

Valutazione: * * * *
Recensione tratta dal Blog Mondo Jazz.
L'attesa per questo disco diventava ormai insostenibile, soprattutto per coloro che hanno assistito ad uno dei concerti della Cosmic Band. Il tentet di Petrella che raggruppa alcuni dei migliori giovani jazzisti italiani è infatti qualcosa di elettrizzante, con una capacità di coinvolgimento oggi assolutamente rara.
Diciamo subito che Coming Tomorrow - Part One rispetta pienamente le attese con un musica ricca di timbri accesi, dove l'energia del rock si fonde con quella del free, entro una visione ampia e matura. Una visione che sa assimilare aspetti del jazz storico tramite la rielaborarazione di pagine memorabili, con chiari riferimenti a Duke Ellington, Ben Webster o Gil Evans.
Nata per celebrare la musica di Sun Ra, la formazione di Petrella ha operato una sintesi fantasiosa che l'avvicina semmai all'orchestra elettrica dell'arrangiatore canadese: nei brani di questo disco - inciso nel maggio 2008 - c'è la stessa concezione aperta che aveva Gil e può assimilare qualsiasi elemento per rigenerarlo in una visione personale. Faceva lo stesso anche Frank Zappa ma gli stilemi su cui opera la Cosmic Band non rimandano espressamente a loro.
Oltre alle doti dei singoli l'aspetto più rilevante di questa formazione è la lucidità e la chiarezza progettuale del leader, che evita dispersioni (leggi: tema e assoli in sequenza) e infonde ad ogni brano una sua precisa identità. Ma il fattore che spinge in alto il giudizio è l'entusiasmo che i musicisti evidenziano nel suonare jazz, nell'esaltare la bellezza di questa musica, attraverso i suoi elementi tradizionali e moderni. Un entusiasmo che si fa palpabile nei concerti e si comunica al pubblico com'è successo di recente al festival di Saalfelden dove hanno scatenato una standing ovation.
Non entriamo troppo nello specifico dei brani per non togliere all'ascoltatore il gusto delle sorprese, che nel disco sono continue: le composizioni sono tutte di Petrella (eccetto quattro scritte da Sun Ra ma rielaborate con rispettosa creatività) e talvolta indulgono in quadri aperti e dilatati, con momenti sperimentali ben calibrati che si alternano con altri melodicamente distesi.
Ogni solista ha modo di esprimere le sue qualità ma non potendo enumerarli tutti vorremmo sottolineare almeno gli splendidi interventi di Petrella al trombone, di Beppe Scardino al sax baritono e di Francesco Bigoni al sax tenore. I brani memorabili sono più d'uno ma vanno sottolineati anche i loro accostamenti, spesso irresistibili: ad esempio il veemente free di "Three Undisciplined Satellites" con Bigoni protagonista va a confluire nel lussureggiante, websteriano, "The Second Star to the Right".
Avete capito. È uno dei dischi più belli di questi anni e vi consigliamo di non perderlo: non fatevi del male da soli, ci pensano già gli altri.

Valutazione: 4.5 stelle

di Angelo Leonardi
Recensione tratta dal sito All About Jazz.